CULTURA
Alberto Angela e Aldo Cazzullo, divulgatori dell’Umanesimo nell’epoca dell’Io
Contro la superficialità dei social e la cultura dell’immediatezza, la storia ci costringe a fermarci e a ridimensionarci. Il successo della grande divulgazione televisiva smentisce i pregiudizi e restituisce valore alla conoscenza
Roma, 29 settembre 2026 – Camminiamo ogni giorno accanto a rovine romane, chiese medievali, palazzi rinascimentali, piazze barocche. Viviamo in città nelle quali una strada può contenere duemila anni di storia; un dipinto, una statua o una facciata possono raccontare molto più di una data imparata sui libri. Ma proprio questa ricchezza rischia spesso di diventare invisibile, dilapidata dal pericolo dell’abitudine, che rende ordinario ciò che è straordinario, scontato ciò che è irripetibile, attenua lo stupore e consuma la meraviglia.
Per fortuna c’è chi ci continua a ricordarsi ciò che abbiamo di fronte agli occhi, quando siamo troppo pigri per alzare il naso, o sopraffatti dagli impegni quotidiani. Alberto Angela e Aldo Cazzullo, per esempio. Diversissimi per linguaggio, formazione, stile televisivo, hanno però un merito comune: ricordarci che la cultura non è un deposito polveroso da custodire, ma qualcosa che può ancora parlare al presente. Anzi, deve farlo. Non è soltanto divulgazione, ma un vero e proprio esercizio di umanesimo contemporaneo. Una dura responsabilità che qualcuno deve avere il coraggio di caricarsi sulle spalle.
Raccontare l’Italia significa restituirle profondità
Unico degno erede di suo padre Piero, Alberto Angela accompagna da anni il pubblico dentro monumenti, civiltà, scoperte scientifiche, città e opere d’arte. Cazzullo, da qualche anno narratore storico di La7, costruisce invece il racconto attorno agli uomini, alle giornate decisive, ai passaggi nei quali la storia cambia e ci plasma.
Perché l’Italia è questo: il Colosseo e Pompei, le Stanze di Raffaello e gli Uffizi, Ravenna e i suoi mosaici, Firenze e il Rinascimento, Recanati e Leopardi. Ma è anche il Piave, via Fani, l’8 settembre 1943, le ferite lasciate dalle guerre e dalle scelte che hanno segnato il Paese. Luoghi e date che rischiano di diventare nomi imparati a scuola, se qualcuno non torna a riempirli di volti, domande, paure, passioni.
Angela e Cazzullo fanno proprio questo: tolgono la polvere dalle pietre e dalle pagine, riportano le persone dentro la storia. Ci ricordano che dietro un monumento c’è chi lo ha costruito, dietro un quadro c’è un’epoca, dietro una battaglia ci sono uomini che hanno avuto freddo, fame, coraggio, paura. E che dietro ogni grande evento ci sono vite comuni travolte da qualcosa di più grande. È lì che la cultura smette di essere nozione e torna a essere esperienza.
L’umanesimo nell’epoca dell’io
C’è poi una questione ancora più profonda. La nostra è l’epoca dell’Io esposto continuamente: la propria immagine, la propria opinione, il proprio successo, il proprio racconto. Conosciamo l’Io più sfrenato senza conoscere l’Uomo. I social hanno moltiplicato le possibilità di espressione, ma hanno anche costruito un universo nel quale ciascuno rischia di diventare il centro permanente della propria rappresentazione, anche e soprattutto quando essa non corrisponde a verità, pur di issarsi al di sopra degli altri.
Siamo immersi in una società che consuma immagini senza quasi più guardarle, trasforma ogni esperienza in contenuto, premia l’immediatezza e dimentica in fretta ciò che è accaduto appena ieri, figuriamoci 2mila anni fa. La cultura, invece, ci costringe al gesto opposto: fermarsi, collegare, comprendere. E ci salva.
La storia e la cultura hanno infatti una funzione terapeutica: ci ridimensionano. Sapere che altri uomini hanno amato, combattuto, sbagliato, costruito e distrutto prima di noi significa capire che non siamo il principio di tutto. Entrare nel Colosseo, osservare una pala rinascimentale, leggere Leopardi o ricostruire le ore dell’8 settembre significa misurarsi con qualcosa di più grande della nostra esperienza individuale. E’ l’umanesimo di cui avremmo disperato bisogno oggi: non una nostalgica celebrazione del passato, ma la capacità di riconoscere l’uomo dentro una storia comune.
Gli italiani hanno fame di cultura
A dispetto di quel che si dice sull’ignoranza dilagante, la verità è che gli italiani hanno fame di cultura. Vogliono conoscersi, scoprirsi, stupirsi. E chissà, forse anche di trovare un appiglio di speranza a cui aggrapparsi per evitare di cadere nel vuoto con il mondo va in fiamme. Non lo dice un articolo di giornale, ma i numeri.
Nel maggio scorso Una Giornata Particolare di Aldo Cazzullo, con lo speciale sul colonialismo italiano, ha sfiorato 1,2 milioni di spettatori e l’8% di share, facendo registrare allora il miglior risultato di sempre del programma, con picchi fino a 1,5 milioni.
Anche Alberto Angela, nell’estate 2026, ha portato Noos – L’avventura della conoscenza a 1 milione 518mila spettatori e al 13,4% di share nella prima puntata. Ma il suo rapporto con la divulgazione televisiva viene da lontano: da Ulisse – Il piacere della scoperta a Meraviglie, dagli speciali Stanotte a… fino allo storico Passaggio a Nord Ovest, che ancora oggi, nel pomeriggio di Rai 1, continua a raccogliere un pubblico tutt’altro che marginale. Il 4 luglio 2026 ha raggiunto 1 milione 180mila spettatori con il 12,6% di share; una settimana dopo era ancora sopra il milione, con 1 milione 92mila spettatori e il 12,1%. E anche nelle settimane successive il dato è rimasto stabile: 1 milione 8mila spettatori l’18 luglio e 1 milione 10mila il 25 luglio.
Non sono soltanto percentuali: sono la dimostrazione che gli italiani sono ancora disposti a dedicare una serata a storia, scienza, arte e conoscenza, purché qualcuno sappia raccontarle senza trasformarle né in una banale lezione scolastica né in un prodotto vuoto e senz’anima.
Non solo TV: la cultura che conquista il digitale
Questa fame di conoscenza, peraltro, non vive soltanto dentro il perimetro della televisione generalista. Si muove, cresce e contagia anche i linguaggi nativi digitali. Dai podcast di approfondimento storico che scalano continuamente le classifiche d’ascolto ai canali YouTube di divulgazione scientifica e artistica, fino ai brevi format video sui social network, le nuove piattaforme dimostrano che le giovani generazioni non cercano affatto la banalizzazione dei contenuti. Chiedono semplicemente che vengano raccontati con passione, rigore e un linguaggio vicino al loro tempo. Quando la narrazione è d’impatto e la qualità resta alta, anche il digitale cessa di essere una vetrina di rapido consumo individuale per trasformarsi in un formidabile alleato della memoria collettiva.
Custodire il patrimonio
La divulgazione non è soltanto intrattenimento alto o servizio pubblico: è, prima di tutto, la forma più autentica di tutela del nostro patrimonio. Esiste un principio semplice ma fondamentale: si protegge solo ciò di cui si conosce il valore. Raccontare il Paese significa quindi difenderlo dall’incuria e dal degrado, ma significa anche esercitare lo straordinario soft power che rende l’Italia un punto di riferimento nel mondo. È la capacità di trasformare la memoria storica in un motore di attrazione culturale e di sostenibilità economica, capaci di dare linfa tanto alle grandi città d’arte quanto ai borghi più interni. Valorizzare chi racconta questa bellezza — dai grandi volti della televisione a chi lavora ogni giorno lontano dai riflettori — non è un semplice omaggio alla cultura, ma un investimento strategico sull’identità e sul futuro del Paese. Aldo Cazzullo e Alberto Angela, certo, ma non solo: guide turistiche, restauratori, archeologi, traduttori, restauratori, insegnanti, bibliotecari, operatori museali, studiosi. Sono anche loro, il nostro patrimonio. Teniamoceli stretti.


