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Venticinque anni di carcere e un dolore che resta, pronunciata la sentenza per l’omicidio di Miah Nahid

Il fendente letale al cuore scattato per sottrarre l’incasso di 500 euro, le immagini della videosorveglianza e la moto bruciata chiudono il cerchio giudiziario.

La Corte d’Assise ha pronunciato la sentenza di primo grado condannando a 25 anni di reclusione l’imputato accusato di omicidio. Il verdetto giunge a conclusione del dibattimento giudiziario seguito dall’autorità giudiziaria e dai legali costituiti per le parti.

Ardea – Condanna a 25 anni di reclusione per l’omicidio del benzinaio Miah Nahid accoltellato mortalmente al torace durante una tentata rapina a Tor San Lorenzo. L’indagine degli inquirenti, sviluppata tramite le telecamere e il ritrovamento del mezzo incendiato, ha chiuso l’iter giudiziario dopo la confessione del responsabile. Marco Adamo.

Il verdetto giudiziario e la condanna a 25 anni di carcere

Venticinque anni di reclusione. Questa la sentenza emessa per il delitto consumato presso l’area di rifornimento di Tor San Lorenzo, frazione del comune di Ardea. L’autorità giudiziaria ha stabilito la pena nei confronti del giovane, all’epoca dei fatti diciottenne, ritenuto responsabile dell’aggressione mortale costata la vita all’addetto al distributore, originario del Bangladesh.

Il pronunciamento mette un punto fermo sull’azione criminale scaturita per sottrarre l’incasso dell’attività. Un bottino stimato in poco più di 500 euro che ha fatto da innesco a una sequenza culminata con la perdita di una vita umana. La decisione recepisce l’intero impianto probatorio raccolto dalle forze dell’ordine e dagli inquirenti nel corso delle indagini avviate immediatamente dopo l’allarme sul luogo dell’aggressione.

L’assalto a mezzogiorno e la colluttazione fatale al distributore

La dinamica accertata dagli investigatori colloca il fatto intorno alle ore 12:00 del 27 maggio 2025. L’aggressore si è presentato sul piazzale del distributore a bordo di una motocicletta, con indosso un abbigliamento interamente scuro e un casco integrale calzato sul capo per non farsi riconoscere. L’intento mirava direttamente all’incasso custodito dall’operatore in servizio in quel turno.

Alla richiesta di consegnare il denaro, il lavoratore ha tentato di opporsi. La reazione della vittima ha innescato una colluttazione rapida e violenta, degenerata nel giro di pochi istanti quando l’assalitore ha estratto una lama e sferrato un fendente diretto al petto. Il colpo ha raggiunto l’uomo al cuore, risultando fatale e rendendo vano ogni soccorso.

La fuga, le telecamere di sorveglianza e il fermo degli investigatori

La ricostruzione del percorso di fuga ha richiesto un lavoro certosino di analisi investigativa. I sistemi di videosorveglianza interni alla stazione di servizio hanno documentato le fasi dell’aggressione sul piazzale. Incrociando tali registrazioni con i filmati degli altri apparati di sicurezza posizionati lungo la rete viaria della zona, chi indagava è riuscito a mappare gli spostamenti prima e dopo il ferimento letale.

Il veicolo a due ruote impiegato per il raid, risultato rubato due giorni prima a Roma, è stato individuato l’indomani ad Ardea, dato alle fiamme e quasi interamente distrutto nel tentativo di cancellare ogni traccia materiale. Le ricerche si sono chiuse a una settimana dai fatti, con la localizzazione e il fermo del fuggitivo. Davanti ai magistrati è poi arrivata la confessione dell’accoltellamento: «Ha riso di me, l’ho accoltellato». Una sequenza di ammissioni e rilievi tecnici che ha condotto alla chiusura del cerchio investigativo e alla condanna decisa dai giudici.

Dati chiave del procedimento

  • Luogo e data dell’evento: Tor San Lorenzo (Ardea), 27 maggio 2025 intorno alle ore 12:00

  • Vittima: Addetto al distributore di carburanti originario del Bangladesh

  • Movente accertato: Tentata rapina dell’incasso giornaliero pari a circa 500 euro

  • Mezzo impiegato: Moto rubata a Roma e successivamente rinvenuta carbonizzata ad Ardea

  • Esito processuale: Condanna a 25 anni di reclusione

Per dovere di cronaca, e a tutela di chi è indagato, ricordiamo che un’accusa non equivale a una condanna, che le prove si formano in Tribunale e che l’ordinamento giudiziario italiano prevede comunque tre gradi di giudizio.