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Coronavirus e inquinamento, c’è un legame? La parola agli scienziati

La studiosa Ilaria Falconi: "Il particolato atmosferico determina nei soggetti più fragili infiammazione e irritazione dei bronchi incrementando, teoricamente, la vulnerabilità al virus"

Roma – “In questi giorni si parla molto di studi e ricerche riguardanti la relazione che vi sarebbe fra il superamento dei limiti di legge delle concentrazioni delle polveri sottili e il numero dei casi di contagio da Covid-19. E’, questa, un’ipotesi probabile, ma non ancora scientificamente dimostrabile”. A spiegarlo è la dottoressa Ilaria Falconi, tecnico Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) presso il Ministero delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, nonché consigliere Sigea (Società Italiana di Geologia Ambientale).

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“Al momento, infatti – continua Ilaria Falconi -, disponiamo di una semplice associazione numerica, e non di un rapporto causale definito. Questo perché la pandemia è ancora in atto e perché non ci sono stime esatte delle persone positive al coronavirus (esistono, infatti, molti asintomatici e portatori sani). Inoltre, non abbiamo dati completi sulla mortalità per tutte le cause”.

Il particolato atmosferico

“Il particolato atmosferico rappresenta l’indicatore di qualità dell’aria più frequentemente associato con una serie di effetti nocivi alla salute. Il particolato atmosferico – che è l’insieme delle particelle eterogenee sospese nell’aria, sia liquide che solide, e aventi dimensioni microscopiche o sub microscopiche -, infatti, determina in soggetti sensibili (come anziani, persone con patologie o fumatori) effetti di infiammazione e irritazione locale nei bronchi, incrementando – dunque – la vulnerabilità al virus. Tuttavia, occorre ricordare che gli effetti dei vari inquinanti atmosferici non dipendono solo dalle fonti emissive, ma specialmente dalle condizioni meteorologiche e dai venti. Ed è altresì importante ribadire che tale correlazione può anche essere in parte corretta ma, al momento, non abbiamo dati certi per confermarlo”.

Il coronavirus e i suoi effetti sull’ambiente

“Una relazione che non è stata ancora evidenziata è, invece, quella inerente il virus, e l’utilizzo e la futura gestione delle risorse – sottolinea la dottoressa Falconi -. Ad esempio, pensando ad un’azione chiave di prevenzione – come è il lavaggio delle mani accurato e frequente -, notiamo che il consumo idropotabile è addirittura raddoppiato: dal 30% al 60%. L’incremento della diffusione di dispositivi di protezione (mascherine e guanti), inoltre, sta generando un grande aumento dei rifiuti sanitari. Al termine della pandemia sarà quindi assolutamente necessario incentivare il recupero e riciclo delle acque grigie e di quelle piovane”.

“Sarà, inoltre, opportuno e necessario ammodernare tutto il ciclo della gestione dell’acqua, partendo dall’infrastruttura del servizio idrico fino all’utilizzo dei rubinetti moderni con riduttore di flusso. Per i rifiuti sanitari occorre invece promuovere l’economia circolare, attivando un mercato dei prodotti realizzati con materiali provenienti dal riciclo”, conclude Falconi.

(Il Faro online)