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Ostia, viaggio sul fronte covid-19: la terapia intensiva vista con gli occhi del reporter

Il reporter Alberto Sikera ha passato due giornate nella terapia intensiva dell’Istituto Clinico Casalpalocco: il reportage della lotta per la vita contro un nemico implacabile, nel dolore e nella sofferenza

Ostia – Il primo passo è la vestizione con dispositivi individuali di protezione da indossare con accuratezza. O forse, per Alberto Sikera, reporter internazionale eclettico, prima ancora di entrare in quel bozzolo protettivo, è più importante riordinare le idee e preparare le attrezzature.

Ha ripreso momenti felici di sport, di turismo, di moda Sikera nella sua carriera professionale. La sua missione, stavolta, è documentare l’impegno dell’equipe dell’Istituto Clinico Casalpalocco nell’interpretare fino in fondo il ruolo assegnato dalle istituzioni, quello di covid-19 hospital (leggi qui). Il centro cardiologico riconvertito nel giro di una settimana in struttura ad alta intensità assistenziale nelle malattie infettive, offrendo dalla fine del mese di marzo 30 letti di terapia intensiva, 18 di subintensiva e 50 di degenza ordinaria, fiancheggia nella lotta alla covid-19 l’hub di riferimento ovvero l’ospedale “Lazzaro Spallanzani” di Roma.

Indossati tutti i paramenti necessari per tutelare la sicurezza degli operatori, Alberto Sikera entra nel reparto e resta con il fiato sospeso. “C’è una calma apparente, medici e infermieri si muovono con sicurezza, gli unici rumori sono quelli ritmati delle macchine della ventilazione forzata e delle strumentazioni di monitoraggio – racconta Alberto – L’aria è tersa, leggera, resa pulita dagli aspiratori che si occupano del suo ricambio e della sua sterilizzazione eppure avverto un’intensità quasi magnetica: è il dolore. Quello è un luogo di sofferenza, si respira un  fluido di energie in lotta, di resistenza quasi palpabile”.

Alberto Sikera

Gli obiettivi del reporter inquadrano il totale per poi fissarsi sul dettaglio. I pazienti sono immobili, sedati dai farmaci per ridurre al minimo la sofferenza delle pratiche imposte dalla rianimazione. Gli infermieri sono precisi ma anche anonimi, bardati tutti dalle stesse tute, con le medesime maschere protettive e il volto travisato. Per riconoscersi tra loro hanno scritto il nome a pennarello sulla tuta usa e getta.

Un operatore controlla il dosaggio della terapia

Sono movimenti lievi, ovattati, quelli che fanno medici e infermieri tra i letti. Sembrano non volersi disturbare, concentrati come sono nel monitoraggio delle macchine allacciate ai singoli pazienti. Solo un episodio li distrae per qualche minuto: una donna anziana non ce l’ha fatta. Il virus ha vinto la sua personale sfida. Gli angeli dalla tuta bianca sono intorno al suo letto. Gli occhi lucidi di commozione, i pugni serrati dalla rabbia, lo schema operativo nella mente. Una vita spezzata segna il fallimento della scienza e della loro dedizione. La sconfitta, però, non li abbatte. Anzi, genera energia. Produce quella voglia di reagire, di battersi, di affinare le armi. Non si arrendono. Il virus ha vinto la battaglia contro la vita di una persona, non la guerra contro l’Umanità.

Passano le ore per Alberto che, concentrato ma anche stordito da quel mondo di dolore e di instancabile resistenza, dimentica di mangiare, di bere, quasi di respirare. Sono passate diverse ore. Il reportage è completo. E’ tempo di spegnere la telecamera. La svestizione è ancora più accurata della fase preliminare. C’è da disinfettare ogni parte esposta, anche le apparecchiature usate per il lavoro. Ed è momento di lasciarsi andare in un pianto a dirotto, figlio della tensione e di un viaggio nell’inferno abitato da angeli.