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Messa dell’Epifania, il Papa: “Impariamo dai Magi: se non adoriamo Dio diventiamo idolatri” foto

Il Pontefice: "Come i Magi, anche noi dobbiamo lasciarci istruire dal cammino della vita, segnato dalle inevitabili difficoltà del viaggio. Non permettiamo che le stanchezze, le cadute e i fallimenti ci gettino nello scoraggiamento"

di FABIO BERETTA

Città del Vaticano – “L’essere umano ha bisogno, sì, di adorare, ma rischia di sbagliare obiettivo; infatti, se non adora Dio, adorerà degli idoli. Non c’è una via di mezzo. Uno scrittore francese diceva ‘se non si adora Dio si adora il diavolo’. E invece che credente diventerà idolatra. Questo è così, out out. E oggi è particolarmente necessario che, sia singolarmente che comunitariamente, dedichiamo più tempo all’adorazione, imparando sempre meglio a contemplare il Signore”.

Nella Solennità dell’Epifania, Papa Francesco torna a celebrare la Santa Messa nella basilica di San Pietro. Lo fa all’Altare della Cattedra, alla presenza di poche decine di fedeli. Il Pontefice incensa e bacia l’icona del Bambinello, posta di lato. Dopo il Vangelo, tra i marmi e gli stucchi antichi riecheggia l’annuncio della Pasqua, che quest’anno si celebrerà il 4 aprile. Poi l’omelia. Bergoglio invita tutti a mettersi “alla scuola dei Magi, per trarne alcuni insegnamenti utili: come loro, vogliamo prostrarci e adorare il Signore. Ma farlo sul serio non come Erode”. E, come è solito fare, divide la sua riflessione in tre punti: “alzare gli occhi”, “mettersi in viaggio” e “vedere”.

La prima espressione arriva dalla prima lettura, tratta dal libro del profeta Isaia che alla comunità di Gerusalemme appena rientrata dall’esilio rivolge questo forte invito: “Alza gli occhi intorno e guarda”. “È un invito – spiega il Papa – a mettere da parte stanchezza e lamentele, a uscire dalle strettoie di una visione angusta, a liberarsi dalla dittatura del proprio io, sempre incline a ripiegarsi su sé stesso e sulle proprie preoccupazioni”.

Infatti, sottolinea Francesco, “per adorare il Signore bisogna non lasciarsi imprigionare dai fantasmi interiori che spengono la speranza, e non fare dei problemi e delle difficoltà il centro della propria esistenza. Ciò non vuol dire negare la realtà, fingendo o illudendosi che tutto vada bene. Si tratta invece di guardare in modo nuovo i problemi e le angosce, sapendo che il Signore conosce le nostre situazioni difficili, ascolta attentamente le nostre invocazioni e non è indifferente alle lacrime che versiamo”.

“Questo sguardo spiega il Santo Padre – che, malgrado le vicende della vita, rimane fiducioso nel Signore, genera la gratitudine filiale. Quando questo avviene, il cuore si apre all’adorazione. Al contrario, quando fissiamo l’attenzione esclusivamente sui problemi, rifiutando di alzare gli occhi a Dio, la paura invade il cuore e lo disorienta, dando luogo alla rabbia, allo smarrimento, all’angoscia, alla depressione. In queste condizioni è difficile adorare il Signore”.

Ovviamente, “quando alziamo gli occhi a Dio, i problemi della vita non scompaiono, ma sentiamo che il Signore ci dà la forza necessaria per affrontarli. ‘Alzare gli occhi’, allora, è il primo passo che dispone all’adorazione”. Infatti, spiega il Pontefice, la gioia del credente non “è fondata sul possesso dei beni, sul successo o su altre cose simili”, bensì “nella fedeltà di Dio, le cui promesse non vengono mai meno, a dispetto delle situazioni di crisi in cui possiamo venire a trovarci”.

Commentando la seconda espressione, “mettersi in viaggio”, il Papa pone l’accento sul cammino compiuto dai Magi: “Il viaggio implica sempre una trasformazione, un cambiamento. Dopo un viaggio non si è più come prima. C’è sempre qualcosa di nuovo in chi ha compiuto un cammino”. Anche per questo “non si giunge ad adorare il Signore senza passare prima attraverso la maturazione interiore che ci dà il metterci in viaggio”.

“Si diventa adoratori del Signore mediante un cammino graduale – spiega Bergoglio -. Chi si lascia modellare dalla grazia, solitamente, col passare del tempo migliora: l’uomo esteriore invecchia – dice San Paolo –, mentre l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno (cfr 2 Cor 4,16), disponendosi sempre meglio ad adorare il Signore”.

In questa prospettiva, “i fallimenti, le crisi, gli errori possono diventare esperienze istruttive: non di rado servono a renderci consapevoli che solo il Signore è degno di essere adorato, perché soltanto Lui appaga il desiderio di vita e di eternità presente nell’intimo di ogni persona. Inoltre, col passare del tempo, le prove e le fatiche della vita contribuiscono a purificare il cuore, a renderlo più umile e quindi più disponibile ad aprirsi a Dio”.

L’ultima espressione è costituita dal verbo “vedere”. L’adorazione, ricorda il Papa, “era l’atto di omaggio riservato ai sovrani, ai grandi dignitari. I Magi, in effetti, adorarono Colui che sapevano essere il re dei Giudei (cfr Mt 2,2). Ma, di fatto, che cosa videro? Videro un povero bambino con sua madre. Eppure questi sapienti, venuti da paesi lontani, seppero trascendere quella scena così umile e quasi dimessa, riconoscendo in quel Bambino la presenza di un sovrano”.

In altre parole, “furono in grado di ‘vedere’ al di là dell’apparenza. Prostrandosi davanti al Bambino nato a Betlemme, espressero un’adorazione che era anzitutto interiore: l’apertura degli scrigni portati in dono fu segno dell’offerta dei loro cuori”. Infatti, spiega il Pontefice, “per adorare il Signore bisogna ‘vedere’ oltre il velo del visibile, che spesso si rivela ingannevole”. Erode e i notabili di Gerusalemme “rappresentano la mondanità, perennemente schiava dell’apparenza e in cerca di attrattive: essa dà valore soltanto alle cose sensazionali, alle cose che attirano l’attenzione dei più”, al contrario nei Magi “vediamo un atteggiamento diverso, che potremmo definire realismo teologale: esso percepisce con oggettività la realtà delle cose, giungendo finalmente alla comprensione che Dio rifugge da ogni ostentazione che è il prodotto della mondanità”.

Questo modo di “vedere” “trascende il visibile” e “fa sì che noi adoriamo il Signore spesso nascosto in situazioni semplici, in persone umili e marginali”. Si tratta “di uno sguardo che, non lasciandosi abbagliare dai fuochi artificiali dell’esibizionismo, cerca in ogni occasione ciò che non passa”. “Che il Signore Gesù ci renda suoi veri adoratori, in grado di manifestare con la vita il suo disegno di amore, che abbraccia l’intera umanità”, l’auspicio finale del Santo Padre.

(Il Faro online) Foto © Vatican Media – Clicca qui per leggere tutte le notizie di Papa & Vaticano
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