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Risiko geopolitico: Ungheria, Cina e Russia “sfruttano” l’assalto a Capitol Hill

Se la condanna dei leader politici occidentali alla rivolta di Capitol Hill è arrivata puntuale, c'è chi sembra non essere proprio della stessa opinione

Washington – “Un attacco alla democrazia“. Così Joe Biden, presidente eletto degli Stati Uniti d’America, ha definito l’assalto a Capitol Hill, sede del governo statunitense, da parte dei sostenitori di Donald Trump (leggi qui). A prima vista sembrerebbe la posizione più ovvia – e più corretta – da esprimere. Eppure, non è andata esattamente così…

I fatti

Lo scorso 6 gennaio migliaia di manifestanti hanno fatto irruzione nella sede del Congresso per impedire la certificazione dell’elezione di Biden (leggi qui). Le immagini della protesta, che è costata la vita a cinque persone (leggi qui), hanno fatto il giro del mondo, scrivendo una delle pagine più nere della storia americana.

E se Twitter ha deciso di oscurare permanentemente l’account del presidente uscente Trump, da molti ritenuto l’indubbio responsabile della rivolta di Capitol Hill, i democratici hanno fatto sapere di voler avviare al più presto l’iter per l’impeachment del Tycoon (leggi qui).

Ma i disordini di Washington non potevano non avere un’eco internazionale, e mentre i leader politici occidentali si sono precipitati sui social per condannare quanto accaduto a Capitol Hill, definendolo – per dirla con le parole del premier Giuseppe Conte – “incompatibile con l’esercizio dei diritti politici e delle libertà democratiche”, c’è chi sembra non essere proprio della stessa opinione.

Orbán: “Non ci piace essere giudicati, quindi non giudichiamo gli altri Paesi”

Non ci piace essere giudicati, quindi non giudichiamo altri Paesi” è stato il commento a caldo del primo ministro ungherese Viktor Orbán nella sua tradizionale intervista radiofonica settimanale.

Orbán, lo ricordiamo, è uno dei pochi aperti simpatizzanti di Trump all’interno dell’Unione Europea: durante l’ultima campagna elettorale statunitense, infatti, il premier ungherese si era detto certo che la rielezione del Tycoon alla Casa Bianca sarebbe stata la “migliore soluzione per l’Europa centrale”.

Non dovremmo interferire con quello che sta succedendo in America“, ha detto Orbán all’indomani dell’assalto a Capitol Hill. “Siamo sicuri – ha sottolineato – che saranno in grado di risolvere i loro problemi”.

Il Primo ministro ungherese, dunque, è deciso a tenersi fuori dagli affari statunitensi e, fra le righe, sembra di leggere un invito agli altri Paesi a fare altrettanto: come a dire che oggi l’Ungheria si terrà fuori dalle vicende americane, e che sarebbe bene se, domani, gli Stati Uniti – o chi per loro – facessero altrettanto con quelle ungheresi.

Un implicito monito, dunque, che non può non porre l’Europa e il resto del mondo di fronte a nuove preoccupazioni.

Chunying: “Più grave l’assalto a Hong Kong”

Per Hua Chunying, portavoce del Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, l’insurrezione di Washington è stata invece meno “grave” di quella al Consiglio legislativo di Hong Kong, avvenuta lo stesso 6 gennaio per mano di 53 attivisti pro-democrazia, poi arrestati con l’accusa di aver violato la nuova legge sulla sicurezza nazionale in vigore dal giugno 2020.

Chunying, inoltre, ha falsamente affermato che “nessun manifestante aveva perso la vita” durante le proteste di Capitol Hill, scatenando l’indignazione degli attivisti coinvolti nell’assalto al Consiglio legislativo cinese e dei loro sostenitori.

Una consapevole manipolazione della realtà che, di fatto, tenta di portare l’acqua al mulino del governo cinese, additando come ben più seria e preoccupante la richiesta, da parte dei manifestanti di Hong Kong, di maggiore libertà e democrazia.

L’assordante silenzio di Putin

A far discutere, però, è anche l’assordante silenzio del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin. Intervistato dai giornalisti dopo aver preso parte ad un servizio natalizio ortodosso, infatti, Putin ha deciso di non rilasciare alcuna dichiarazione sui fatti di Washington.

D’altronde, com’è noto da tempo, fra Putin e Trump corre ottimo sangue, al punto che c’è chi è convinto che il Presidente russo abbia giocato un ruolo fondamentale nella costruzione del consenso e nell’elezione del Tycoon nel novembre 2016: certamente a Putin non converrebbe gettar fango sul vecchio “alleato”, neppure al termine del mandato di quest’ultimo.

Da parte sua, il Ministero degli Esteri russo si è limitato a dire che “gli eventi a Washington mostrano che il processo elettorale degli Stati Uniti è arcaico, non soddisfa gli standard moderni ed è soggetto a violazioni”. Un’accusa vaga e fuori tema e che, a volerla leggere con malizia, sembra quasi suggerire che Washington possa essersela cercata o che, in seconda istanza, non è certo l’America che può più dare lezioni di democrazia al mondo intero.
Il Faro online (Foto © The New York Times) – Clicca qui per leggere tutte le notizie di Esteri
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